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L’omicidio del generale Al-Rayyani scuote Tripoli: sospetti di un tentativo di estradizione mascherato

La morte del generale di brigata Ali Al-Rayyani, ucciso nella sua abitazione a sud di Tripoli, ha scatenato forti polemiche e sollevato interrogativi sulle reali motivazioni dietro l’attacco.

Inizialmente descritto come un tentativo di rapina finito male, l’episodio ha presto assunto connotati più complessi, con alcune fonti che parlano di un’operazione coordinata mirata alla sua cattura, forse con l’obiettivo di consegnarlo agli Stati Uniti.

Figura di spicco delle forze armate libiche negli anni ’80, Al-Rayyani era stato in passato associato anche a presunti attacchi missilistici contro una base americana sull’isola italiana di Lampedusa nel 1986.

Secondo testimonianze, il generale si sarebbe accorto di essere sotto sorveglianza. Quando uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione nel quartiere di Khallat Al-Furjan, avrebbe reagito con un fucile Kalashnikov, uccidendo due aggressori prima di essere colpito mortalmente. La Procura Generale ha aperto un’inchiesta e le squadre forensi stanno esaminando i corpi di tre degli assalitori rimasti uccisi nello scontro.

Cresce l’ipotesi che non si sia trattato di un crimine comune, ma di un’operazione volta a catturare Al-Rayyani per estradarlo, sul modello del controverso caso di Abu Agila Masoud, ex agente dell’intelligence libica consegnato alle autorità statunitensi.

Sui social e nei circoli politici si moltiplicano le accuse al Governo di Unità Nazionale, ritenuto responsabile di aver creato un clima favorevole a ingerenze esterne e violazioni della sovranità nazionale.

Il (444) Brigata e la Polizia Giudiziaria hanno smentito qualsiasi coinvolgimento ufficiale, dichiarando che gli aggressori — membri di un gruppo armato con base a Tajoura — avrebbero agito autonomamente, utilizzando armi leggere di fabbricazione turca.

Il primo ministro libico Abdul Hamid Dbaiba ha espresso pubblicamente cordoglio per la morte del generale, assicurando l’avvio di un’indagine militare trasparente. Intanto, la Fondazione libica per i diritti umani ha condannato l’uccisione definendola un “crimine efferato” e chiedendo un’inchiesta indipendente e responsabilità complete.

L’assassinio di Al-Rayyani alimenta le crescenti preoccupazioni per la mancanza di legalità e le manipolazioni politiche in Libia, in un contesto segnato da profonde tensioni su sovranità, ingerenze straniere e pratiche di estradizione segrete.



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