
La regione occidentale della Libia sta vivendo una nuova fase di escalation armata. Domenica mattina, il 55° Battaglione di Fanteria ha confermato che il suo comandante, Muammar al-Dawi, è sopravvissuto a un tentativo di assassinio a Warshafana, un attacco che ha causato la morte di uno dei suoi compagni e l’uccisione di due aggressori.
Al-Dawi, considerato tra i più influenti leader delle milizie insediate nella periferia di Tripoli, non era alla sua prima esperienza di questo tipo: già nel settembre 2024, a Zawiya, era sfuggito a un attentato, episodio che confermava la feroce competizione per il controllo dei territori nell’ovest libico.
La sequenza di omicidi mirati evidenzia un quadro di crescente instabilità: nel settembre 2024, nei pressi di Janzour, fu assassinato Abdel Rahman Milad, detto al-Bija, figura di spicco nei traffici marittimi, evento che ridisegnò le alleanze nella zona di Zawiya. Nel maggio 2025, la morte di Abdel Ghani al-Kikli “Ghaniwa”, leader dell’Autorità di Supporto alla Stabilizzazione, scatenò scontri violenti a Tripoli, con gravi perdite umane e materiali e una tregua fragile come unico esito.
Nonostante le dichiarazioni del Governo di Unità Nazionale (GNU) sull’impegno a ridurre l’influenza delle milizie, la realtà mostra un’altra immagine: gli equilibri di potere restano saldamente nelle mani dei gruppi armati, i quali, pur formalmente integrati nelle strutture statali, continuano a mantenere armi, autonomia e risorse proprie.
Le ONG per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, hanno documentato durante gli scontri di maggio la morte di civili e la distruzione di abitazioni, aumentando la sfiducia popolare verso le istituzioni e ampliando il divario tra il discorso ufficiale e la realtà.
In questo contesto, i tentativi di assassinio sono divenuti strumenti di regolamento di conti e dissuasione reciproca tra leader locali in competizione per il controllo dei corridoi strategici, sia sulla costa occidentale sia lungo le vie d’accesso a Tripoli.
Le ripercussioni vanno ben oltre il piano militare: ogni uccisione o attentato rimescola la mappa delle alleanze, genera vuoti di potere e produce nuove fratture sociali, con costi diretti per i civili, spesso intrappolati in quartieri trasformati in campi di battaglia.
Il governo si trova dunque stretto in una contraddizione: da un lato cerca di promuovere l’immagine di uno Stato forte e sovrano, dall’altro non dispone degli strumenti concreti per contenere le milizie. Con ogni nuovo episodio di violenza, si erode ulteriormente la fiducia dei cittadini, convinti che la sicurezza della capitale e delle sue periferie resti ostaggio delle logiche delle milizie più che delle istituzioni statali.

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