
La situazione a Tripoli continua a peggiorare rapidamente. Le forze del primo ministro del GNU Abdelhamid Dabaiba stanno concentrando uomini e mezzi in vista di un’imminente offensiva contro la milizia Radaa, con schieramenti in più aree della capitale, incluso il complesso di Mitiga. Parallelamente, la famiglia Haftar sta inviando rinforzi verso Sirte e Shwayref, mentre da entrambe le parti si ammette che lo scoppio di un conflitto armato potrebbe essere questione di giorni.
Convogli militari provenienti da Misurata stanno affluendo a Tripoli non come forze di interposizione, ma come rinforzi per la futura operazione di Dabaiba. Gli analisti prevedono la formazione di tre o quattro fronti distinti nella capitale, scenario che potrebbe degenerare in una lunga e complessa guerra urbana.
In questo contesto, la mediazione internazionale appare pressoché assente. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che la presenza militare di Ankara in Tripolitania sarebbe sufficiente a impedire lo scontro, ma la realtà dei fatti – con settimane di escalation militare – dimostra il contrario. La stessa coalizione di Dabaiba, senza consultare la Turchia, ha trasformato il nuovo aeroporto internazionale di Tripoli in un arsenale e in una base operativa.
La crisi, maturata da mesi, si inserisce in un quadro di diplomazia debole e frammentata, mentre potenze esterne continuano a sostenere militarmente i diversi schieramenti. Secondo osservatori, la comunità internazionale dovrebbe considerare sanzioni mirate contro coloro che alimentano lo sforzo bellico, poiché il conflitto non rimarrebbe confinato alla capitale ma rischierebbe di attirare milizie da tutto il Paese.
Dabaiba ha messo insieme una vasta coalizione armata, stimata in circa 1.400 veicoli corazzati, ma lo ha fatto con notevole ritardo rispetto ai piani iniziali. L’opportunità di colpire con sorpresa e rapidità – subito dopo l’assassinio di Abdelghani Kikli a maggio – è stata persa, lasciando tempo a tutti gli attori interni ed esterni di prepararsi.
Se l’attacco contro Radaa dovesse avvenire, il premier rischierebbe non solo di non legittimarsi politicamente, ma di subire forti pressioni diplomatiche da parte di Paesi ostili alla sua permanenza al potere, tra cui Turchia, Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
Anche sul piano interno, il contesto appare più instabile rispetto al 2019. I rivali di Dabaiba, in particolare il fronte guidato da Haftar, sono pronti a intervenire su Tripoli, mettendo a dura prova un’alleanza militare costruita unicamente per sconfiggere Radaa, ma impreparata ad affrontare più fronti simultanei.
Qualunque sia l’esito dell’offensiva, la posizione di Dabaiba appare fragile. Una mossa che a maggio avrebbe potuto consolidare il suo potere rischia oggi di trasformarsi in un azzardo capace di accelerarne il declino politico.

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