
La Procura generale libica ha avviato un’azione giudiziaria a proposito di un grave caso di corruzione che mette nuovamente in luce la vulnerabilità delle istituzioni statali. Secondo una nota ufficiale, gli inquirenti hanno scoperto la falsificazione di un decreto che annunciava la creazione della cosiddetta Autorità libica per gli investimenti strategici, utilizzato per firmare accordi dal valore complessivo di 14 miliardi di dollari nei settori dell’energia e delle costruzioni, senza alcuna approvazione nel bilancio statale.
Le indagini hanno confermato l’irregolarità dell’atto e la volontà degli indagati di sfruttarlo per stipulare contratti illeciti. Un sospettato è già in custodia cautelare, mentre un altro è attualmente latitante.
Lo scandalo ha suscitato forti reazioni politiche e mediatiche. Il membro del Consiglio di Stato, Saad bin Sharada, ha definito la vicenda “la più grande operazione di appropriazione indebita della storia”, denunciando la gravità della truffa e invocando un intervento immediato delle autorità di controllo. Il giornalista Mohammed al-Garaj ha osservato che la somma sottratta sarebbe bastata a finanziare una decade di sviluppo in Libia, ricordando che con 14 miliardi si sarebbero potuti pagare per oltre un anno e mezzo gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici o costruire centinaia di migliaia di unità abitative e grandi infrastrutture.
Il caso non è isolato: la Corte dei Conti ha recentemente segnalato 37 violazioni finanziarie registrate solo nel primo semestre 2025, con decine di fascicoli già trasmessi agli organi investigativi e di controllo.
Questi sviluppi confermano che la corruzione in Libia non rappresenta più una devianza episodica, ma un sistema strutturato che drena risorse enormi e priva il Paese di concrete possibilità di ripresa. Resta da capire se lo Stato sarà in grado di fermare questa emorragia o se le istituzioni continueranno a essere terreno fertile per pratiche di impunità e saccheggio.

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