
A oltre due mesi dall’annuncio della nuova roadmap delle Nazioni Unite per la Libia, promossa dalla Rappresentante Speciale Hannah Tetteh, l’iniziativa sembra essersi arenata, incapace di generare slancio politico o consenso popolare. Presentato al Consiglio di Sicurezza lo scorso agosto, il piano si fondava su tre pilastri: la definizione di un quadro elettorale credibile, la formazione di un governo unificato e l’avvio di un dialogo nazionale inclusivo.
Tuttavia, le profonde divisioni tra Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato hanno bloccato ogni progresso, in particolare sulle questioni più sensibili, come la ristrutturazione della Commissione Elettorale e la risoluzione delle controversie legali legate alle leggi elettorali.
La missione dell’ONU, inoltre, non è riuscita a coinvolgere l’opinione pubblica, trasformando la roadmap in un documento percepito come un esercizio burocratico più che un vero progetto politico. Molti analisti sottolineano come il piano manchi di strumenti operativi concreti e di una strategia per affrontare la realtà della frammentazione interna.
Parallelamente, il contesto internazionale e regionale, segnato dal crescente intreccio di interessi stranieri sul suolo libico, rende quasi impossibile l’attuazione di qualsiasi percorso multilaterale. Secondo diversi osservatori, il futuro della crisi libica dipenderà più dagli equilibri tra le grandi potenze che dagli sforzi della missione ONU.
Il rischio, ora, è che il fallimento dell’iniziativa acuisca il vuoto politico e favorisca l’espansione delle milizie armate, che continuano a consolidare il proprio potere al di fuori delle istituzioni statali.
Dopo oltre un decennio di tentativi falliti – dallo Skhirat Agreement alle conferenze di Berlino e Parigi – la nuova roadmap sembra destinata a restare una dichiarazione d’intenti, priva della forza politica necessaria per rompere l’impasse che paralizza la Libia.

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