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L’arresto di Osama Najim scuote gli equilibri a Tripoli

La Procura Generale libica ha disposto la detenzione preventiva di Osama Najim, ex alto funzionario della Polizia Giudiziaria presso l’Istituto di Correzione e Riabilitazione di Tripoli, con l’accusa di tortura, maltrattamenti e responsabilità diretta nella morte di un detenuto. La decisione segna un passaggio rilevante nel dossier della responsabilità per le violazioni commesse all’interno delle strutture di detenzione controllate da potenti apparati armati.

Secondo quanto affermato dalla Procura, l’indagine riguarda dieci detenuti sottoposti a torture e trattamenti degradanti, una delle quali avrebbe portato al decesso di un prigioniero. La Procura ha concluso che sono emersi elementi probatori sufficienti per giustificare la detenzione e avviare l’iter per il deferimento alla magistratura giudicante.

La vicenda si inserisce in un quadro più ampio di cooperazione giudiziaria: già lo scorso luglio la Procura aveva richiesto alla Corte Penale Internazionale (CPI) la trasmissione di prove e documenti a carico di Najim, oggetto di un mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, violenza sessuale e persecuzione. La CPI aveva formalizzato il mandato il 18 maggio, sostenendo che tali crimini si sarebbero verificati dal 2015 nel carcere di Mitiga, noto per essere stato a lungo un baluardo della Radaa (Deterrence Authority).

La traiettoria internazionale di Najim aveva già attirato attenzione mediatica lo scorso gennaio, quando era stato arrestato a Torino dalle autorità italiane in esecuzione del mandato internazionale, per poi essere rilasciato due giorni dopo a causa di un vizio procedurale nell’estradizione. Il ritorno in Libia ha permesso la riattivazione del procedimento interno, ora giunto a una fase avanzata.

L’arresto di Najim ha anche un chiaro peso politico. Najim è stato a lungo considerato vicino all’apparato Radaa, uno degli attori armati più influenti nella capitale. La sua detenzione viene letta come una vittoria politica per il Primo Ministro del GNU Dabaiba, che sta cercando da mesi di ridimensionare il potere delle milizie e riaffermare il controllo statale sulle istituzioni penitenziarie e sulle infrastrutture sensibili.

Tuttavia, la mossa potrebbe anche inasprire i rapporti con segmenti armati che percepiscono l’azione giudiziaria come selettiva o strumentale, in un momento in cui gli equilibri di forza nella capitale restano estremamente fragili. La Procura ha ribadito che nessuno coinvolto in violazioni contro detenuti sarà immune, sia attraverso il giudizio della magistratura libica, sia mediante cooperazione con organismi internazionali.

Ma resta una domanda cruciale: l’arresto di Najim rappresenta l’inizio di una reale trasformazione del sistema carcerario e dell’uso della violenza istituzionale, o solo una mossa politica di potere interno? La risposta dipenderà dalla capacità dello Stato di proseguire oltre questo caso — e toccare strutture di comando più alte e più potenti.



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