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Haftar invoca un “nuovo percorso nazionale” mentre scoppia la crisi per gli arresti a Tarhouna

Khalifa Haftar, comandante in capo delle Forze Armate libiche, ha dichiarato che la Libia necessita di un cambiamento politico radicale per ristabilire stabilità e unità nazionale, invitando a un “movimento pacifico organizzato” che consenta al popolo di decidere autonomamente il proprio percorso politico. Le sue dichiarazioni sono state rese durante un incontro a Bengasi con una delegazione di sheikh e notabili della tribù di Bani Walid, alla presenza del primo ministro del GNS Osama Hammad e del capo di Stato Maggiore Khaled Haftar. Il comandante ha esortato i Paesi che sostengono la pace in Libia a schierarsi con la volontà popolare, sottolineando che la soluzione alla crisi deve nascere dall’interno del Paese e non da iniziative esterne.

Tuttavia, l’incontro ha avuto immediate ripercussioni nella parte occidentale del paese. La municipalità di Tarhouna ha denunciato l’arresto di diversi rappresentanti locali che avevano partecipato al forum nazionale a Bengasi. Tra i fermati figurano anziani ultraottantenni, docenti universitari, intellettuali, membri del movimento scout e personalità note nella comunità. Le autorità di Tarhouna hanno accusato gruppi armati operanti nella regione di Tripoli, in particolare la Brigata 444, di aver eseguito arresti arbitrari e di aver intimidito le famiglie dei detenuti. Il governo di Osama Hammad ha definito questi atti come “vendette sistematiche” e “violazioni contro civili”, chiedendo l’intervento immediato del Procuratore Generale per avviare un’indagine urgente.

Hammad ha inoltre criticato duramente la Missione ONU in Libia (UNSMIL), accusandola di mantenere un “silenzio ingiustificato” che, a suo giudizio, finirebbe per favorire gli stessi gruppi armati responsabili delle intimidazioni. Secondo il Primo Ministro, tale atteggiamento renderebbe la missione internazionale “indirettamente complice” delle violazioni commesse.

La municipalità di Tarhouna ha ribadito la richiesta di liberazione immediata di tutti i cittadini arrestati, definendo la vicenda una “questione umanitaria” che colpisce anziani e figure civili prive di qualsiasi ruolo armato. L’episodio mette in luce la persistente fragilità del quadro di sicurezza in Libia, dove rivalità politiche e territori controllati da milizie continuano a tradursi in pressioni, intimidazioni e scontri sociali. In questo contesto, l’appello di Haftar a una mobilitazione popolare nazionale si scontra con una realtà ancora segnata da divisioni interne, poteri armati paralleli e un equilibrio politico estremamente precario.



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