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Caos normativo e scontro istituzionale frenano le urne

Nonostante l’Alta Commissione Elettorale Nazionale (HNEC) abbia più volte ribadito la propria piena preparazione tecnica a organizzare le prossime elezioni, la Libia rimane intrappolata in un processo elettorale privo degli elementi politici e giuridici indispensabili per trasformare tale prontezza in un voto reale.

La Commissione ha annunciato di aver completato la preparazione delle liste di ricorsi e contestazioni relative alle elezioni presidenziali e a quelle dell’Assemblea Nazionale, oltre a finalizzare il budget stimato, già trasmesso alla Camera dei Rappresentanti per l’approvazione. L’HNEC ha sottolineato che i fondi devono essere garantiti entro metà aprile 2026, così da assicurare la copertura delle forniture e delle procedure logistiche.

A riaccendere il dibattito sulle profonde divergenze istituzionali è arrivata oggi la sentenza della Corte d’Appello di Bengasi, che ha annullato le decisioni del Consiglio Presidenziale riguardo alla creazione di un organismo parallelo alla Commissione. Secondo i giudici, il Consiglio avrebbe oltrepassato il proprio mandato violando la Legge n. 8 del 2013 istitutiva dell’HNEC, un verdetto che evidenzia quanto la sovrapposizione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario continui ad alimentare l’instabilità del quadro elettorale. La sentenza, entrata in vigore il 9 dicembre 2025, ha riaperto la questione della capacità delle istituzioni libiche di rispettare la legge e garantire un ambiente elettorale sicuro e stabile.

Per molti osservatori, la principale causa di paralisi resta l’assenza di una base costituzionale condivisa: le leggi prodotte dal comitato “6+6” continuano a essere contestate, e i critici le considerano la replica degli stessi meccanismi che fecero fallire le elezioni del dicembre 2021. A complicare ulteriormente lo scenario è la divisione interna alla Camera dei Rappresentanti: il presidente dell’assemblea spinge per svolgere prima le presidenziali, mentre i due vicepresidenti insistono sulla simultaneità tra presidenziali e parlamentari. A ciò si aggiunge la rimozione, di fatto, dell’opzione del referendum costituzionale, nonostante varie sentenze libiche ne abbiano sottolineato la necessità come prerequisito di legittimità per qualsiasi futura consultazione elettorale.

Anche la gestione dell’HNEC è finita in un vicolo cieco. Sebbene Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato abbiano concordato un meccanismo per la selezione di un nuovo consiglio direttivo, nessun passo concreto è stato compiuto. Parallelamente, le pressioni delle Nazioni Unite per una ristrutturazione dell’ente alimentano timori riguardo alla perdita di neutralità dell’unica istituzione che gode ancora di una relativa fiducia da parte dei cittadini. Gli analisti avvertono che inserirla nei negoziati politici potrebbe portare alla sua frammentazione, come già accaduto a molte altre istituzioni libiche.

Intanto restano ancora irrisolte le questioni legate ai criteri di candidatura: doppia cittadinanza, occupazione di ruoli sovrani, incompatibilità e limiti d’età continuano a creare divisioni, riproponendo gli stessi nodi giuridici che bloccarono il processo elettorale nel 2021. Sul fronte internazionale cresce la critica verso la missione ONU (UNSMIL), accusata da alcuni di essere passata dal ruolo di mediatrice a quello di attore influente nella stesura delle leggi e nella riorganizzazione delle istituzioni chiave.

Alla fine, appare evidente che l’ostacolo principale non risiede nella capacità tecnica dell’HNEC, bensì nella mancanza di un accordo politico complessivo che definisca ruoli, competenze, basi costituzionali e tempistiche certe. Finché le decisioni resteranno ostaggio degli equilibri politici mutevoli e di un contesto legale instabile, la Libia continuerà a vivere nella spirale della “prontezza senza elezioni”, mentre rimane aperta la domanda cruciale: emergerà finalmente un consenso capace di avviare il processo elettorale o il Paese scivolerà nell’ennesimo ciclo di attesa indefinita?



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