
Il primo ministro del Governo di Unità Nazionale, Abdulhamid Dbeibeh, ha annunciato la morte del capo di Stato Maggiore, tenente generale Mohamed al-Haddad, e dei membri della delegazione che lo accompagnava, a seguito dello schianto del loro aereo nei pressi di Ankara. In una dichiarazione ufficiale, Dbeibeh ha definito l’accaduto una grave perdita per il Paese e per le istituzioni militari, sottolineando il servizio e l’impegno nazionale dimostrati dalle vittime.
La delegazione comprendeva il capo di Stato Maggiore delle Forze terrestri, tenente generale Al-Faturi Gharbil, il direttore dell’Agenzia per l’Industria Militare, generale di brigata Mahmoud al-Fadawi, il consigliere del capo di Stato Maggiore Mohammed al-Assawi e il fotografo Mohammed Mahjoub. Il velivolo, un Falcon 50 diretto a Tripoli, avrebbe subito un guasto tecnico poco dopo il decollo, costringendo l’equipaggio a tentare il rientro all’aeroporto di Esenboğa, prima di perdere i contatti. Secondo i dati di tracciamento, l’aereo è scomparso dai radar circa sedici minuti dopo il decollo.
Il presidente del Consiglio Presidenziale, Mohamed al-Menfi, ha successivamente deciso di promuovere postumo Mohamed al-Haddad al grado di maresciallo, in segno di riconoscimento per il suo ruolo e il suo servizio. Le autorità turche hanno avviato un’indagine completa sull’incidente, inclusa l’analisi della scatola nera e le procedure di identificazione forense, in coordinamento con le autorità libiche.
Oltre all’aspetto umano e istituzionale, la scomparsa di al-Haddad riapre uno dei dossier più sensibili del contesto libico: quello della sicurezza e degli equilibri militari nel Libia occidentale. La questione non riguarda soltanto la successione alla guida dello Stato Maggiore, ma la reale efficacia di una struttura militare che opera in un ambiente dominato da milizie armate e da un potere frammentato.
Durante il suo mandato, al-Haddad è stato una figura chiave della Commissione Militare Congiunta “5+5”, incaricata di promuovere l’unificazione delle forze armate libiche e di porre fine alla divisione militare del Paese. Tuttavia, questo percorso è rimasto in larga parte scollegato dalla realtà sul terreno, soprattutto nell’ovest, dove non esiste un esercito regolare unificato, ma una costellazione di gruppi armati che controllano territori e infrastrutture strategiche.
Il fallimento del processo di integrazione delle milizie nate dopo il 2011 all’interno di una catena di comando centrale ha contribuito a cristallizzare un sistema di potere fondato sugli equilibri tra le armi piuttosto che sulle istituzioni. Tripoli continua a essere governata da un fragile bilanciamento tra grandi formazioni armate, come la Forza di Deterrenza, la Brigata 444 e le Forze di Supporto alla Stabilizzazione, oltre a numerosi gruppi minori.
Negli ultimi anni, questa instabilità si è tradotta in una serie di assassinii e regolamenti di conti che hanno colpito figure di primo piano del panorama armato, segnando il collasso di accordi informali e la redistribuzione violenta delle sfere di influenza. In questo contesto, al-Haddad aveva più volte espresso una posizione critica sulla presenza di forze straniere e mercenari in Libia, richiamando la necessità di costruire uno Stato sovrano e istituzioni autonome.
La sua morte, avvenuta a pochi giorni dalla decisione del parlamento turco di prorogare la presenza militare in Libia, lascia dunque un vuoto che va ben oltre la perdita di un singolo comandante. Essa mette in evidenza l’assenza di un’istituzione militare solida e indipendente, capace di sopravvivere agli individui e di garantire continuità, stabilità e legalità in un Paese ancora prigioniero degli equilibri delle milizie.

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