
Colpito da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini contro l’umanità, ma ancora protagonista — seppur in modo defilato — della complessa scena politica libica, Saif al-Islam Gheddafi, 53 anni, non era estraneo alla violenza. Tuttavia, la sua improvvisa uccisione ha sollevato numerosi interrogativi: chi c’è dietro l’assassinio e perché proprio ora?
Secondo quanto riferito dal suo avvocato, Marcel Ceccaldi, a AFP, Saif al-Islam è stato ucciso martedì pomeriggio nella sua abitazione a Zintan, nella Libia occidentale, da un commando composto da quattro uomini non identificati.
Il suo consigliere, Abdullah Othman Abdurrahim, ha dichiarato ai media libici che gli assalitori avrebbero fatto irruzione nella casa, disattivato le telecamere di sorveglianza e poi lo avrebbero giustiziato. Mercoledì, la procura libica ha annunciato l’apertura di un’indagine, confermando che “la vittima è deceduta a seguito di ferite da arma da fuoco”.
Perché adesso? La tempistica dell’omicidio appare enigmatica. Claudia Gazzini, analista senior per la Libia presso l’International Crisis Group, ha definito il momento della sua morte “strano”. «Da anni conduceva una vita relativamente tranquilla, lontano dai riflettori», ha spiegato. Dopo aver annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali nel 2021 — poi rinviate a tempo indeterminato — Saif al-Islam aveva ridotto al minimo le apparizioni pubbliche. La sua residenza a Zintan era nota solo a una ristretta cerchia di persone e, probabilmente, alle autorità libiche. «Si spostava spesso, ma si trovava a Zintan già da tempo», ha precisato Ceccaldi.
Secondo Anas El Gomati, direttore del think tank Sadeq Institute di Tripoli, la coincidenza temporale è “netta”: l’assassinio è avvenuto appena 48 ore dopo un incontro a Parigi, mediato dagli Stati Uniti, tra Saddam Haftar (figlio del generale Khalifa Haftar) e Ibrahim Dbeibah (nipote del premier di Tripoli Abdulhamid Dbeibah), in un Paese ancora diviso tra il governo riconosciuto dall’ONU a Tripoli e l’amministrazione rivale nell’est.
Gli esperti divergono sull’effettivo peso politico di Saif al-Islam, ma concordano sul suo forte valore simbolico come ultimo esponente di primo piano legato alla Libia pre-2011. Per Hasni Abidi, direttore del Centro di Studi sul Mondo Arabo e Mediterraneo di Ginevra, Saif era diventato “un attore ingombrante” dopo la candidatura del 2021. La sua eliminazione, sostiene, “favorisce tutti gli attori politici attualmente in competizione”.
El Gomati va oltre: «La sua morte elimina l’ultimo vero elemento di disturbo per l’attuale assetto di potere». Pur non essendo un riformatore, rappresentava un’alternativa che minacciava sia Haftar sia Dbeibah. «Con la sua scomparsa si consolida il loro duopolio. Il fronte nostalgico pro-Gheddafi resta senza un leader credibile».
Più prudente l’analisi di Jalel Harchaoui, esperto di Libia, secondo cui la morte di Saif non costituisce una svolta epocale: non guidava un blocco politico coeso. Tuttavia, riconosce che il suo nome su una scheda elettorale avrebbe potuto avere un impatto significativo in circostanze particolari.
Tra l’opinione pubblica libica si moltiplicano le speculazioni. Alcuni ipotizzano il coinvolgimento di un gruppo armato locale di Zintan che non voleva più ospitarlo. Altri sospettano un’operazione di matrice straniera. Secondo El Gomati, il livello di sofisticazione dell’operazione — accesso interno, disattivazione delle telecamere, azione coordinata — suggerirebbe l’intervento di servizi di intelligence stranieri piuttosto che di milizie locali.
Un tempo considerato l’uomo più potente della Libia dopo il padre Muammar Gheddafi, Saif al-Islam aveva svolto un ruolo chiave nella politica estera del regime: guidò i negoziati per l’abbandono delle armi di distruzione di massa e trattò il risarcimento per le famiglie delle vittime dell’attentato di Lockerbie del 1988.
Educato alla London School of Economics e visto a lungo come il volto “riformista” e accettabile del regime, nel 2011 scelse però di sostenere la repressione della rivolta, pronunciando discorsi durissimi e promettendo una guerra senza quartiere. Catturato dopo la caduta di Tripoli mentre tentava la fuga verso il Niger, trascorse sei anni detenuto a Zintan. Nel 2015 fu condannato a morte in contumacia da un tribunale di Tripoli e rimase ricercato dalla Corte Penale Internazionale.
Rilasciato nel 2017 grazie a un’amnistia, visse a lungo nell’ombra, per poi riapparire nel 2021 a Sabha per presentare la sua candidatura presidenziale, che divenne uno dei principali fattori di stallo del processo elettorale. Come osserva Harchaoui, la sua figura, pur silenziosa, continuava a pesare: «Il suo valore simbolico è stato uno dei principali ostacoli alle elezioni del 2021». Con la sua uccisione, conclude, «un ostacolo al processo politico è stato rimosso, ma al prezzo di nuove tensioni e incognite per il futuro della Libia».

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