Osservatorio libico

Tutte le news dalla Libia


17 febbraio, quindici anni dopo: una rivoluzione incompiuta

A quindici anni dalla rivoluzione del 17 febbraio, la Libia resta sospesa a metà strada: non è tornata alla realtà precedente al 2011, ma non è nemmeno riuscita a diventare lo Stato che i libici sognavano quando scesero in piazza chiedendo libertà e la fine del potere personale.

La rivolta contro il regime di Muammar Gheddafi nacque con obiettivi chiari: costruire uno Stato di diritto, garantire un passaggio pacifico del potere, creare istituzioni elette e porre fine a un sistema politico chiuso. Tuttavia, ciò che seguì non fu una vera transizione da un regime a un altro, bensì un vuoto ancora più profondo.

Fin dai primi giorni dopo la caduta del regime nel 2011, risultò evidente l’assenza di uno Stato nel senso istituzionale: mancavano un esercito unificato, apparati di sicurezza solidi e partiti capaci di gestire la competizione politica. Al loro posto emersero caos e gruppi armati pronti a imporsi.

Il Paese entrò rapidamente in una fase di aspri conflitti politici che, nel 2014, sfociarono in una divisione di fatto tra Est e Ovest. Due governi, per un periodo anche due banche centrali, istituzioni frammentate e legittimità contrapposte: da allora la divisione è diventata la normalità, mentre la stabilità è rimasta un’eccezione. Il problema non era solo politico, ma anche legato alla fusione tra potere politico e forza armata: ogni percorso politico dipendeva dagli equilibri sul terreno, e ogni accordo necessitava di garanzie che andavano oltre i testi scritti. Lo Stato, di fatto, è rimasto ostaggio degli equilibri, non delle regole.

Negli ultimi quindici anni la Libia ha attraversato numerose tappe: elezioni, accordi sponsorizzati dall’ONU, dialoghi interni ed esterni, cessate il fuoco e governi transitori successivi. Eppure il nodo centrale è rimasto irrisolto: l’assenza di una base costituzionale condivisa capace di chiudere la lunga fase di transizione.

Sia i libici sia la comunità internazionale sono consapevoli che questo periodo provvisorio si è protratto troppo a lungo: governi nati come temporanei sono rimasti in carica per anni, i parlamenti hanno prorogato i propri mandati e le elezioni sono diventate una promessa rinviata e ripetuta in ogni dichiarazione politica.

Sul piano economico emerge un forte paradosso: la produzione di petrolio è tornata a livelli elevati e le entrate ammontano a miliardi, ma i servizi non riflettono la ricchezza energetica del Paese. In molte città le infrastrutture sono deteriorate, la crisi elettrica è ricorrente e la carenza di liquidità resta da anni un problema quotidiano per i cittadini. Il denaro c’è, ma la gestione è divisa, la spesa politicizzata e i controlli deboli.

Anche la società libica è profondamente cambiata. Un’intera generazione cresciuta dopo il 2011 non ha mai conosciuto uno Stato stabile. Tra i giovani l’emigrazione è diventata una scelta sempre più diffusa, la fiducia nella classe politica è crollata a livelli senza precedenti e l’umore collettivo è passato dall’entusiasmo rivoluzionario alla stanchezza.

Nel quindicesimo anniversario della rivoluzione del 17 febbraio, la questione non è più rovesciare un regime, ma capire se le élite attuali siano in grado di costruire un sistema.

Molti osservatori ritengono che il vero pericolo non sia solo la persistenza della divisione, ma l’abitudine ad essa: quando l’eccezione diventa normalità, ricostruire lo Stato diventa molto più difficile. Dopo quindici anni, la Libia non ha bisogno di una nuova rivoluzione, ma di una decisione politica coraggiosa che metta davvero fine alla transizione — non solo a parole. Altrimenti, ogni anniversario continuerà a ricordare che il cambiamento è iniziato, ma non si è ancora compiuto.



Lascia un commento